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Tortura
Cosa prevede la nuova legge, che introduce il delitto di tortura nell'ordinamento italiano

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La Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la proposta di legge che introduce il delitto di tortura nell’ordinamento italiano.

Il provvedimento ha superato quattro letture parlamentari, a partire dalla prima approvazione da parte del Senato, avvenuta il 5 marzo 2014.

L’attuale legge attua finalmente la Convenzione di New York contro la tortura promossa dall’Onu (1984) e ratificata dall’Italia con la legge n. 498/1988, che prevedeva anche l’impegno per gli Stati aderenti di approvare apposite norme volte a introdurre il reato di tortura nei rispettivi ordinamenti.

La Convenzione di New York, nel fare riferimento al reato di tortura, si rivolge esclusivamente ai casi di abuso di potere da parte dei pubblici ufficiali, nell’esercizio arbitrario e illegale di una forza legittima, quando questi vogliano perseguire uno scopo definito (ottenere informazioni o una confessione) e infliggano dolore e sofferenze con dolo.

La legge introdotta in Italia adatta i contenuti della Convenzione all’ordinamento nazionale, così come fatto da molti altri Paesi firmatari. Si fornisce così una definizione più ampia di tortura, che può essere commessa non solo da pubblici ufficiali, ma da chiunque nei confronti di “una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa”. Perché si verifichi un caso di tortura, devono essere provocate “acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico”, attraverso “più condotte”, oppure anche con un singolo atto che contemperi “un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. Come ha chiarito la ministra Anna Finocchiaro, “sarà responsabile di tortura chiunque schiaffeggerà sul volto, o minaccerà più volte un soggetto in condizione di minorata difesa, ma allo stesso modo chi interrogherà un soggetto costringendolo anche una sola volta a stare nudo in ginocchio”.

La pena prevista è la reclusione da 4 a 10 anni, aumentata di un terzo nel caso in cui la tortura comporti una lesione personale grave e della metà con lesioni gravissime. Nel caso in cui l’atto porti involontariamente alla morte, la pena è di 30 anni; se la morte è causata invece volontariamente, la pena è dell’ergastolo.

Nel caso specifico in cui a commettere il reato sia un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio, la legge prevede un aggravio della pena (da 5 a 12 anni). A differenza di alcune letture restrittive del testo, quindi, l’eventuale responsabilità di pubblici ufficiali – così come prevista dalla Convenzione di New York – è tutt’altro che esclusa dalla fattispecie introdotta con la nuova legge, ma costituisce anzi un’aggravante. Inoltre, si introduce il reato di “istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura” e si prevede che le informazioni ottenute mediante tortura non possano essere utilizzate nel processo penale, se non contro chi ha commesso la tortura stessa.

La nuova legge modifica anche il testo unico sull’immigrazione, vietando le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni nei casi in cui esistano fondati motivi che i soggetti possano essere sottoposti a tortura nei Paesi in cui sarebbero indirizzati, tenendo conto di eventuali violazioni “sistematiche e gravi” dei diritti umani in quegli stessi Paesi.

Inoltre, i condannati o indagati per tortura in un altro Stato o da un tribunale internazionale non potranno godere in Italia di alcuna forma di immunità diplomatica, mentre si prevede l’obbligo di estradizione verso lo Stato richiedente dello straniero indagato o condannato per il reato di tortura.

La nuova disciplina, dunque, assicura una effettiva deterrenza, volta a tutelare i diritti di ogni cittadino sanciti dalla Convenzione Onu sulla tortura (ma anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e dallo Statuto della Corte penale internazionale), assicurando al contempo la necessaria tutela della reputazione delle forze dell’ordine, riguardo a ogni possibile sospetto pregiudiziale in merito al ricorso ad abusi e pratiche crudeli estranee ai principi e alla storia dell’ordinamento costituzionale della Repubblica Italiana.

 

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Ultimo aggiornamento: mercoledì 5 luglio 2017