11 gennaio 2017 - Camera
Orlando: ipotesi trasferimento detenuti islamici di bassa pericolosità
Interrogazione dell'on. Roberto Capelli (DES-CD)

Le analisi sinora condotte, anche dalla Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, confermano che gli istituti penitenziari costituiscono dei focolai di radicalizzazione. Per questa ragione, già da alcuni anni, è stato avviato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria un piano articolato, volto al monitoraggio e alla prevenzione del fenomeno. Oltre alla separazione dei detenuti per crimini di terrorismo dalla restante popolazione ristretta, allo scopo di captare tempestivamente gli indicatori di radicalizzazione, viene da tempo condotta, anche grazie al contributo di una polizia penitenziaria cui sono riservati specifici programmi di formazione, una capillare attività di sorveglianza e monitoraggio dell’intera popolazione carceraria, che utilizza dati raccolti sulla vita penitenziaria e sui contatti con la comunità esterna. Dai dati trasmessi dal DAP risulta che sono sottoposti a specifico monitoraggio 170 detenuti, a cui se ne aggiungono 80 attenzionati e 125 segnalati per un totale di 375 individui. In questo quadro risulta che i soggetti detenuti in Italia per reati legati al terrorismo internazionale sono 45 e si trovano ristretti nelle sezioni di alta sicurezza delle case circondariali di Benevento, Brindisi, Lecce, Nuoro, Sassari, Tolmezzo, Torino, Roma Rebibbia, Rossano. Sono 27 quelli ristretti presso istituti della Sardegna, in ragione delle caratteristiche delle strutture altamente moderne e adatte a coniugare le esigenze trattamentali specifiche di questa tipologia di detenuti con quelle di sicurezza. I dati così raccolti sono costantemente condivisi con il comitato interforze di analisi strategica antiterrorismo e con l’autorità giudiziaria, allo scopo di favorire l’osservazione e il controllo dei soggetti a rischio anche una volta usciti dal circuito penitenziario. L’efficace attività di prevenzione e controllo è dimostrata anche dall’arresto di Saber Hmidi, detenuto già ristretto presso il penitenziario di Rebibbia per il reato di associazione con finalità di terrorismo. L’Italia, inoltre, partecipa attivamente alla RAN, la rete europea istituita per lo scambio di conoscenze ed esperienze di contrasto alla radicalizzazione violenta, ed il Ministero partecipa anche ad importanti progetti di collaborazione con gli Stati ed importanti centri di ricerca universitari. Quanto alle colonie penali, non risulta disposta alcuna assegnazione a tali strutture di detenuti per reati di terrorismo. L’amministrazione penitenziaria sta opportunamente approfondendo l’ipotesi di utilizzare in futuro anche tali strutture alla prevenzione del rischio di radicalizzazione, conformemente alle indicazioni di organizzazioni internazionali dell’Unione europea, volte ad assicurare il potenziamento delle forme di esecuzione della pena più adeguate a favorire il reinserimento sociale dei detenuti che non si siano resi colpevoli di reati efferati e che non destino particolare allarme sociale, quindi non pensiamo a un’ipotesi di utilizzo esclusivo delle ex colonie in questo senso. In questo contesto, il DAP ha da tempo avviato un’intensa attività di ricognizione generale e di trasferimento verso le colonie agricole della regione Sardegna della casa di reclusione di Gorgona con riguardo ai ristretti con un’elevata pena da scontare ed idonei all’attività lavorativa, ma del tutto sottratti ad ogni coinvolgimento dei contesti di radicalizzazione. Al fine di evitare ogni forma di ghettizzazione e di isolamento su base religiosa, sono previste, per tutti i soggetti ristretti negli istituti penitenziari, le stesse opportunità trattamentali, tra cui la partecipazione al lavoro anche all’interno delle colonie agricole, quindi non c’è nessuna destinazione specifica che vada in questa direzione.

 

 (testo tratto dal resoconto stenografico della Camera dei Deputati)

 

Ultimo aggiornamento: martedì 31 gennaio 2017