27 settembre 2017 - Camera
Martina: effetti del CETA su comparto agricolo e agroalimentare nazionale
Interrogazione On. Filippo Gallinella ed altri (M5S)

Signor Presidente, io credo sia importante aver avviato sul trattato un dibattito, un confronto pubblico per approfondire meglio gli aspetti, non solo economici, di un trattato di così ampia portata; un percorso che, come ricorderete, è iniziato nel 2009, che ha visto l'approvazione del Parlamento europeo nel febbraio 2017 e che adesso è in corso di ratifica da parte di tutti i Paesi membri. Entrando nel merito delle questioni poste dall'interrogante, credo sia necessario sottolineare che il CETA rappresenta un primo passo soprattutto a difesa delle nostre piccole e medie imprese. È per loro che abbiamo bisogno di regole giuste, di mercati aperti, e io reputo un avanzamento positivo il venir meno di dazi, di burocrazia e di barriere che sono collegate allo sviluppo di queste attività produttive agroalimentari italiane.

Sul fronte della sicurezza alimentare va chiarito che non accetteremo nessuna proposta legislativa europea o accordo commerciale che diminuisca le garanzie attuali. Così non è per il CETA, che prevede espressamente che i produttori canadesi che vorranno esportare da noi dovranno applicare le norme europee alla loro produzione: non potranno essere importati nell'UE prodotti trattati con sostanze vietate all'interno della stessa UE. Per quanto riguarda il richiamato possibile impatto sull'importazione in Europa di prodotti OGM, come ricordato, l'accordo dispone espressamente che le sue norme troveranno applicazione solo nella misura in cui non deroghino alle disposizioni previste dagli Stati. Un altro aspetto secondo me da valutare con grande attenzione e con favore è l'attenzione e la tutela ottenute sul fronte delle indicazioni geografiche. Più di tante mie parole, valgono i commenti positivi di consorzi di tutela, di tante piccole e medie imprese che con l'accordo ottengono più protezione, non meno protezione. Ad oggi, infatti, in Canada nessuna indicazione geografica italiana veniva tutelata, anzi avevamo casi di divieto di utilizzo del nome come il “prosciutto di Parma”, in quanto confliggeva con il vecchio marchio commerciale registrato storicamente in Canada.

Con l'accordo, quarantun prodotti DOP e IGP, che valgono il 92 per cento dell'export agroalimentare italiano di qualità, viene finalmente riconosciuto il diritto esclusivo al nome. È un fatto importante, non risolutivo di tutti i problemi, ma certamente un fatto nuovo molto positivo. In sostanza, l'uso improprio di una denominazione viene vietato, per la prima volta. Si tratta di un passo secondo me cruciale nella lotta alla contraffazione e nel contrasto del fenomeno dell'italian sounding. Riconoscere il legame tra qualità e saper fare territorio è un successo del nostro sistema agroalimentare. Possiamo discutere fin quanto vogliamo, è giusto vedere anche i lati deboli, comunque evidenziare alcuni punti interrogativi di un accordo così complesso, ma a mio giudizio non possiamo non riconoscere gli avanzamenti positivi importanti che questo accordo può portare con sé, in particolare per le piccole e medie imprese agroalimentari italiane.

 

(tratto dal resoconto stenografico Camera dei Deputati)

Ultimo aggiornamento: mercoledì 27 settembre 2017