3 maggio 2017 - Camera
Calenda: salvaguardia degli asset strategici nazionali
Interrogazione on. Gianluca Benamati (PD)

Grazie Presidente, grazie onorevole. In premessa dirò che la battaglia per la difesa dell'italianità della proprietà delle aziende è una battaglia che non mi appassiona e credo che sia una battaglia perdente. Tre anni fa ho fatto misurare cosa è successo alle imprese nel comparto della moda acquisite da grandi brand stranieri, per cercare di capire come si erano comportate rispetto alle equivalenti italiane: hanno investito di più, hanno assunto di più, hanno avuto margini più elevati e sono rimaste in Italia, perché vengono per il made in Italy, non vengono per altre ragioni. Dunque, attrarre investimenti è positivo, le multinazionali contribuiscono per il 24 per cento alle spese di ricerca e sviluppo del settore privato, che noi consideriamo già insufficienti.

Allora, qual è il tema e dov'è il discrimine? Il discrimine è quando le operazioni diventano operazioni che rischiano di essere di natura predatoria. Un esempio, secondo me, è quello che sta succedendo su alcuni settori ad alta tecnologia in tutta Europa, e non solo in Italia. Ci sono acquisizioni dirette da Paesi esterni all'Europa che non consentono la reciprocità: comprano, svuotano i brevetti, svuotano l'azienda dei brevetti, e dunque lì si verifica un pericoloso danno per il sistema di competitività del Paese. Per questo ho scritto insieme ai ministri francesi e tedeschi alla Commissione europea, chiedendo di poter intervenire regolando con una normativa parallela a quella della golden power, che oggi riguarda altri settori, questa fattispecie. La risposta è stata positiva, nel senso di aprire a eventuali proposte.

La proposta l'abbiamo fatta studiare, è pronta, la invieremo rapidamente in Europa. Aggiungo a questo un'altra fattispecie, che è quella che è comunemente conosciuta come norma anti scorrerie, che disciplina un'altra questione, che è quella degli obblighi di trasparenza quando un investitore viene a fare un investimento in Italia. Lì ancora non è in gioco tanto la proprietà dell'azienda quanto il modo in cui ci si approccia a un'azienda. Tutti i sistemi, quasi tutti i sistemi dei Paesi occidentali hanno una norma che obbliga l'investitore a dire cosa vuole fare dell'azienda, qual è la sua posizione nei confronti, per esempio, della governance, a cosa aspira. Questa norma è pronta, deve trovare il veicolo giusto. Lo dico, perché è stato oggetto di discussioni: non è retroattiva in alcun modo. È mutuata dall'ordinamento francese, ha provato di essere efficace su questi due temi, trasparenza e equilibrio. È nei rapporti internazionali, economici internazionali, che noi dobbiamo giocare la partita, piuttosto che sulla pura difesa dell'italianità della proprietà.

 

(tratto dal resoconto stenografico Camera dei Deputati)

Ultimo aggiornamento: mercoledì 3 maggio 2017